Le analisi e le proposte che seguono rappresentano l’apertura di un cantiere civile, l’inizio di un viaggio nell’Italia del futuro. Non hanno la pretesa di rappresentare un “programma” esaustivo, né s’intende calare dall’alto un pacchetto già confezionato. Quelli che seguono sono solo spunti di riflessione, utili per far partire la discussione da una prima base. Da oggi, chiunque vorrà proporre la propria risposta a una domanda di giustizia o la soluzione a un problema, potrà farlo scrivendoci. Nessuna idea sarà scartata a priori, come tante volte è capitato, sarà valutata, studiata e, se valida, difesa nel suo diritto di essere presente nel programma con cui affronteremo le elezioni politiche. Mettiamoci al lavoro.

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Le sfide per l’Italia

Aggiornato in base alle vostre sfide inviataci fino alla data del 14 Gennaio

La politica non è riuscita a essere all’altezza della propria funzione, ha fallito nel compito di modernizzare l’Italia e attrezzarla per le sfide future e, sotto il ricatto della crisi economica, ha abdicato ai cosiddetti tecnici la responsabilità di governare.  Siamo la sola democrazia occidentale ad avere avuto un governo non scelto dai cittadini. Si sta cercando con trucchi ridicoli di procrastinare questa sospensione della sovranità popolare con un Presidente del consiglio che si ostina a non volersi candidare e a voler fare il premier, come se quel ruolo fosse conferito da autorità diverse dal popolo italiano.

Per ripartire è necessario lanciare una sfida nuova, voltare pagina e liberare tutte le energie disponibili, talvolta sommerse, talaltra volutamente soffocate.

Serve rivoluzionare l’Italia, cambiare una classe politica non per selezione anagrafica, perché si rischia di perdere forze preziose e minare quel patto tra generazioni su cui si deve fondare un progetto comunitario, ma per merito, laboriosità, passione civica, competenza. 

Occorre mandare in pensione chi ha fallito, non chi è anziano, chi ha imbrogliato, ha avuto l’opportunità di risolvere i problemi e non l’ha saputo fare. Non vogliamo sfasciare, vogliamo rigenerare un’Italia all’altezza delle criticità del nostro tempo.

Pretendiamo che la politica torni a essere impegno civico, passione per le idee e la loro affermazione, volontà di costruire un modello sociale compatibile con i valori per cui ci si batte. Cerchiamo il confronto, ma non nascondiamo le differenze in ossequio ad un relativismo etico che annulla le identità. Vigiliamo perché l’impegno nella cosa pubblica non sia mai più veicolo per il raggiungimento di ambizioni personali.

Una rivoluzione che metta lo Stato al servizio della persona per liberare energie, far emergere le volontà e investire sul talento, per abbattere le mura di quei privilegi che la prima Repubblica ha stratificato e la seconda non ha saputo scalfire. L’Italia che abbiamo ereditato è una nazione bloccata, destinata alla senilità precoce, dove merito e capacità faticano a imporsi e l’impegno raramente è premiato. Chi può realizzare questa rivoluzione?

La sinistra non può restituire vitalità alla società. Il suo consenso passa tradizionalmente per l’alleanza con gruppi d’interesse (sindacati, magistratura, finanza, lobbies) che difendono chi è già garantito e vuole conservare un modello sociale che non c’è più. Il sistema dei diritti e dei doveri va riscritto sulla scorta delle modifiche epocali che hanno fatto irruzione nei vecchi riferimenti culturali del secondo dopoguerra, per ricomporre una solidarietà e un’equità tra categorie sociali e generazioni che è venuta meno con l’incalzare della crisi.

Il popolarismo, inteso come sintesi tra liberalismo cattolico e conservatore, patriottismo identitario e riformismo laico ha le radici e i valori per far convivere tradizione e modernità, produzione e socialità, merito e solidarietà, ma ha mostrato fin qui tutti i suoi limiti. Nessun guizzo creativo, scarsa capacità di mettersi in gioco, assenza di stimoli per nuove elaborazioni culturali e conseguente assenza di una ‘visione’, lacci e laccioli stretti con corporazioni ingessate che hanno soffocato l’entusiasmo delle origini, in Italia scaturito dal ‘ciclone del ’94’. Insomma, i difensori dello status quo hanno fatto breccia tra noi e reso impossibili le riforme.

L’Europa, la casa comune in cui crediamo, è attraversata da una medesima crisi di legittimità. Gli stati nazionali hanno ceduto pezzi di sovranità, ma non sono stati compensati dall’avvento della sovranità dei popoli europei. Agisce su di noi il potere di un’Europa burocratica e oligarchica che privilegia spesso interessi distanti dal ‘bene comune’, niente a che vedere con  L’Europa politica e democratica che animava i sonni dei suoi padri fondatori.

Ma non dimentichiamo che ogni tempo di crisi porta con sé una possibilità nuova e unica. E’ anche per questo che la politica deve tornare credibile e riavvicinarsi ai bisogni di ciascuno, perché negli scenari di crisi si deve rifondare un’architettura, cogliere il meglio da ogni modello di società e inverarlo. L’esatto opposto della visione tecnocratica.  Giovani, persone, famiglie, imprese, devono diventare capisaldi di un nuovo equilibrio fatto di innovazione e coesione. 

C’è bisogno di più politica, non di meno, né di antipolitica o di tecnocrazia.

Politica come destino della comunità, spazio del legame e della relazione, luogo dove diverse visioni del mondo competono per lasciare un segno nella storia.

E’ arrivata l’ora di raccogliere le sfide del nostro tempo, per rigenerare l’ Italia.

La Sfida

1) Persona e popoli, il futuro dell’ Italia e dell’Europa.

Apparteniamo all’Italia e siamo europeisti, perché crediamo nell’Europa dei popoli, ma non in quella della finanza e delle oligarchie.

Vogliamo difendere la conquista di una moneta unica, ma vogliamo che sia la moneta dei popoli europei e non lo strumento di potere delle banche. L’euro agisce come amplificatore delle disfunzioni degli Stati nazionali, rendendo impellenti le misure di risanamento che per troppi anni sono state rimandate a “tempi migliori”. Oggi l’euro sta diffondendo la consapevolezza delle politiche irresponsabili che hanno causato l’attuale debito degli Stati sovrani.  Non possiamo sottrarci a queste responsabilità, ma contestiamo la strada che Bce e Ue percorrono, quella della “recessione perpetua”, dell’austerità, della pressione fiscale senza politiche per la crescita.

Crediamo nella sovranità popolare come fondamento della lealtà nazionale e di un giusto e condiviso rapporto tra Stato e persona.

Crediamo che la volontà popolare debba essere rispettata a ogni livello e che non possa essere mortificata da decisioni prese al di fuori del processo democratico. 

Per abbattere la distanza che esiste tra volontà popolare e Governo, occorre restituire ai cittadini la facoltà di scegliere direttamente i propri rappresentanti istituzionali.

In una nazione che deve ritrovare sovranità e democrazia, per poter ripartire sulla strada dello sviluppo serve un diverso ordinamento, un assetto capace di coniugare efficienza e risparmio.

Le scelte:

  • L’Europa va restituita ai suoi popoli con il passaggio dall’Europa economica a quella politica e la conseguente elezione diretta del presidente della Commissione, colmando il deficit di democrazia e popolarità.  La condivisione di sovranità ha un senso se accompagnata a questo processo.
  • Trasformazione della Banca centrale europea in prestatore di ultima istanza per proteggere l’euro dagli attacchi speculativi, mantenendo la sua indipendenza funzionale e coordinandosi con le altre istituzioni rappresentative.
  • Apertura di una fase costituente per modernizzare le istituzioni italiane con una più moderna ed efficiente Costituzione.
  • Passaggio non più rimandabile a una Repubblica presidenziale, con elezione diretta del Presidente della Repubblica e rafforzamento dei poteri dell’esecutivo. 
  • Eliminazione del “bicameralismo perfetto”: una sola camera legislativa e un Senato delle regioni e delle autonomie locali.
  • Dimezzamento del numero di parlamentari.
  • Equiparazione in Costituzione dell’elettorato attivo e passivo per le elezioni di Camera e Senato, eliminazione di ogni altro vincolo di età per ricoprire incarichi istituzionali, a partire da quello di Presidente della Repubblica.


La Sfida

2) Una nuova etica pubblica

Gli scandali hanno travolto politici, amministratori e dipendenti dello Stato. Una situazione che pone l’Italia agli ultimi posti nelle classifiche internazionali sulla corruzione.

Questo fenomeno comporta costi stimati in 60 miliardi l’anno ai quali si aggiungono i costi indiretti, i ritardi nelle pratiche amministrative, il cattivo funzionamento della macchina pubblica, la mala-gestione delle risorse, la perdita di competitività e il freno alla crescita. 

La cattiva politica non è fatta solo d’illegalità e ruberie, ma anche di scelte miopi che fanno ricadere sulle nuove generazioni il costo dei generosi benefici elargiti in cerca del consenso immediato. Come nel caso delle baby pensioni, pagate oggi da giovani che non ne avranno mai una propria o quello che ha progressivamente ridotto investimenti e infrastrutture per gonfiare la spesa corrente e il sistema clientelare.

Non è più tempo di furbizie, non ripeteremo le vergogne della prima Repubblica, non metteremo la testa sotto la sabbia come la seconda.  L’obiettivo non negoziabile è lasciare ai nostri figli una terra migliore di quella in cui viviamo. 

Le scelte:

  • Incandidabilità a vita per chi è stato condannato in via definitiva per reati contro la pubblica amministrazione. Nel nostro partito, nessuna ricandidatura anche per chi avesse tenuto comportamenti inopportuni e comunque in contrasto con i suoi principi di correttezza e trasparenza.
  • Equiparazione dei partiti politici agli enti pubblici con obbligo di bilancio, rendicontazione, pubblicità, limiti e modalità di spesa. A chi non ottempera le prescrizioni di bilancio e non garantisce il rispetto del proprio Statuto diminuisce il finanziamento pubblico gradualmente, fino alla sua eliminazione.
  • Introduzione in Costituzione del principio di equità tra le generazioni e valutazione d’impatto generazionale per le leggi in via di approvazione, principio utile a stabilire che una generazione non può vivere al di sopra delle proprie possibilità a scapito di quelle successive, come avvenuto negli ultimi decenni.
  • Rimozione delle progressioni di carriera per anzianità nella pubblica amministrazione, introducendo valutazioni obiettive di merito e indipendenti per stabilire livelli di responsabilità e relativi stipendi. La carta d’identità non può più bastare.


La sfida

3) Aggredire sprechi e privilegi

Il privilegio è il primo nemico del merito, perché scaturisce da rendite di posizione e non dalla qualità del lavoro. E’ il primo e più odioso fattore che mortifica l’iniziativa privata. Soprattutto nella pubblica amministrazione, dove al dovere del servizio si somma il mandato morale di lavorare per il bene comune. 

Oggi in Italia chi si mette in gioco è costretto a disputare una partita truccata da chi difende vecchi privilegi falsamente ribattezzati “diritti acquisiti”. Che questo accada fino ai più alti livelli  della macchina pubblica non possiamo più tollerarlo.

Occorre colpire la cupola dei privilegiati, i boiardi di stato, i super-manager, gli anacronistici burocrati che nessuna riforma è mai riuscita a scalfire. Non ci si risanerà il bilancio dello Stato, ma si fonderà il vivere comune su un principio di equità ormai rarefatto.

Le scelte:

  • Introduzione di rigorosi criteri di merito per l’accesso alle cariche amministrative, ancor più stringenti man mano che sale il livello di responsabilità nei confronti dello Stato. Creazione di una nuova Scuola di Pubblica Amministrazione, fatta di eccellenze e integrata con i parametri europei.
  • Applicazione del tetto ai compensi pubblici.
  • Revoca delle pensioni d’oro, retaggio della prima Repubblica, pagate con i soldi pubblici. Non ci possono essere più privilegi che resistono nella rivoluzione sociale in atto. Oltre una determinata soglia devono essere calcolate col metodo contributivo.
  • Revoca dei vitalizi d’oro, maturati dopo pochi anni di servizio e cumulabili gli uni agli altri senza alcun limite né criterio. Siano calcolati tutti con il metodo contributivo.
  • Stop ai bonus in busta paga ottenuti per anzianità e non per merito.
  • Abolizione degli sprechi proliferati negli anni e non più sostenibili: sedi di rappresentanza degli enti locali fuori dai propri confini, auto blu per tutto il comparto pubblico, a cominciare da politici, dirigenti e funzionari, spese di rappresentanza fuori misura, sovrapposizione di attività tra enti pubblici.


La sfida

4) Abbattere il debito, ridurre la spesa 

Nella giornata di oggi nasceranno in Italia 1369 bambini. Ognuno di loro troverà ad attenderlo 33mila euro di debiti. Questo macigno è stato caricato da una generazione che ha banchettato con le risorse statali, alzandosi da tavola senza pagare il conto. All’oste i politici dell’epoca devono aver detto: “Aspettate un paio di decenni e qualcun altro pagherà”.  

Oggi l’impresa che abbiamo di fronte è paurosa: ridurre un debito di 2000 miliardi in crescita costante. La sfida è portare il rapporto debito/Pil sotto il 100% nell’arco di 5 anni.

Non è possibile credere che la politica del rigore, fatta di maggiori tasse, sia la ricetta per abbattere il debito. La proposta migliore resta: ridurre la spesa improduttiva e favorire la crescita. 

Le scelte:

Ridurre lo stock del debito:

  • Alienazione di parte del patrimonio immobiliare pubblico e valorizzazione delle concessioni di Stato.
  • Vendita delle società reputate non “strategiche” partecipate dal Tesoro, dalle Regioni e dagli enti locali.
  • Stipula immediata di un accordo con la Svizzera, come fatto da Germania, Austria e Regno Unito,  per tassare i capitali nascosti dagli evasori italiani nei forzieri delle banche elvetiche.

Ridurre la spesa pubblica:

  • Riduzione della spesa pubblica, tagliando gli sprechi e le inefficienze.
  • Lo Stato torni a svolgere il ruolo che gli è proprio, arretrando rispetto a un protagonismo eccessivo sul mercato di beni e servizi. Oggi si contano 4942 organismi partecipati dagli enti locali, ai quali vanno aggiunti quelli partecipati da Regioni e Stato centrale. Si tratta di enti, aziende e società che agiscono nei settori più disparati (meno del 60% di questi si occupa di “servizi pubblici locali”) e che registrano ogni anno diversi miliardi di perdite. La macchina pubblica deve continuare a svolgere poche cose, quelle che le riescono bene, e a un giusto costo per la collettività, senza abbandonare le sue funzioni vitali: sanità, giustizia, istruzione, sicurezza, difesa, servizi essenziali e strategici. Tutto il resto deve essere lasciato alla libera concorrenza.

Interventi sulle entrate dello Stato

  • Lotta all’evasione fiscale. L’imposta annua evasa in Italia è stimata tra 120 e 180 miliardi. La metà deriva dall’economia criminale, altre voci consistenti sono l’evasione delle Big Company e il lavoro sommerso. Una parte contenuta deriva dall’evasione delle Pmi e un’altra residuale dai lavoratori autonomi. Sulla base di questi dati, l’azione di contrasto all’evasione deve concentrarsi su attività criminali, Big Company e banche che compongono oltre i 2/3 dell’evasione totale. Inaccettabile  che il fisco abbia mosso contestazioni alle banche italiane per una somma intorno ai 5 miliardi per imposte non pagate e sanzioni, recuperando solo 1 miliardo, o che la Corte dei Conti abbia contestato alle società di gioco d’azzardo 98 miliardi e lo Stato spera di recuperarne appena 2,5.
  • Introduzione, nei settori a forte sospetto evasione, del “contrasto d’interessi” tra chi fornisce un bene o servizio e chi l’acquista con il sistema della detraibilità del titolo fiscale, come già avviene nelle ristrutturazioni edilizie e secondo le consuetudini di diverse democrazie occidentali.
  • Pieno utilizzo dei fondi comunitari. Nella programmazione 2007-2013 siamo ad oggi a meno del 30% di utilizzo delle risorse disponibili (37,9 miliardi), con addirittura 27 miliardi ancora da spendere. Il rischio è di perdere queste risorse e doverle restituire all’UE, o di utilizzarle, come fatto spesso in passato, grazie a una corsa contro il tempo a discapito della qualità delle iniziative realizzate. Si deve abbattere la farraginosità delle procedure attuative promuovendo azioni di sistema su grandi aree geografiche, introdurre sistemi automatici di sussidiarietà dello Stato centrale per le Regioni in ritardo con l’utilizzo dei fondi di propria pertinenza. Obiettivo zero sprechi.
  • Risvegliare il più grande contribuente d’Italia: la crescita economica. Quando la ricchezza di una nazione si contrae, diminuisce la base imponibile sulla quale lo Stato può contare per le proprie entrate. Grazie alla crescita economica, al contrario, aumenta il gettito dello Stato, anche mantenendo inalterato il livello di tassazione o addirittura riducendolo.


La sfida

5) Crescere, per non morire

Certe volte appare incredibile come il settore privato italiano sia riuscito a restare competitivo; nonostante un contesto drammatico, fatto da una pubblica amministrazione inefficiente, una tassazione infernale, una carenza cronica di infrastrutture, un ginepraio di leggi e ostacoli, una forte presenza della criminalità. Se solo si riuscisse a semplificare la vita al nostro sistema produttivo, ne vedremmo delle belle. Per tutti. Perché maggiore è la crescita, maggiori sono ricchezza ed entrate, migliori sono i conti dello Stato e migliore è lo stato sociale. 

Lo spirito fortemente innovatore che ha caratterizzato l’avvento e l’affermazione del centrodestra in Italia dal 1994 ai giorni nostri ha subito una brusca frenata per l’incapacità di attuare quelle riforme che avrebbero dovuto liberare le energie attive e produttive della nazione. I vincoli imposti dai diversi poteri e interessi consolidati, volta a volta rappresentati da sindacati, finanza, lobby, potentati economici hanno purtroppo avuto la meglio sull’obiettivo di sburocratizzare, sciogliere le energie vitali dai veti incrociati.

In aggiunta, il manifestarsi della crisi mondiale – dapprima di natura finanziaria ed in seguito sfociata con tutta la sua virulenza ai danni dell’economia reale e della capacità produttiva dell’Occidente – ha acuito lo stallo in cui l’opzione offerta dai nostri governi era caduta, forse anche per la mancanza di determinazione e coraggio in alcuni momenti decisivi. 

La nostra economia che, seppure debolmente, sembrava aver superato la grande crisi del 2008-2009 è tornata in recessione con un impatto drammatico sull’occupazione, la produzione, i consumi e più in generale sulla vita stessa delle nostre imprese.

Sulle PMI in particolare, in questi ultimi due anni, si sono concentrate un numero impressionante di negatività: aumento dei costi di produzione, calo consistente di fatturato, aumento generalizzato della tassazione diretta, indiretta e locale, crediti con la P. A. praticamente irrecuperabili, costo del denaro in aumento, possibilità di ottenere finanziamenti sostanzialmente nulla, previdenza sempre più cara e costo del lavoro sempre più pesante.

A fronte di questa tempesta che si è abbattuta sul nostro sistema produttivo, il Governo tecnico ha reputato più utile e urgente dare risposte al mondo finanziario. E’ tempo di invertire questa tendenza e rimettere al centro dell’azione di Governo l’economia reale.

FRATELLI d’ITALIA – Centrodestra Nazionale nasce proprio con l’obiettivo di riprendere e far proprie le sfide innovative che il PdL non ha saputo portare a compimento, muovendo anzitutto nella direzione di sostegno all’impresa ed al lavoro.

Le scelte:

  • Riduzione della pressione fiscale, che oggi è ufficialmente del 45,3% ma in termini reali arriva al 54%, triste primato mondiale. Per questo può essere un utile segnale introdurre in Costituzione un tetto alla tassazione al 40% nel rapporto tra entrate tributarie e Prodotto interno lordo.
  • Rispetto dello statuto dei contribuenti. Approvato nel 2000, avrebbe dovuto difendere il cittadino per non farne un suddito ma, solo nel 2010 la fondazione dei commercialisti contava più di 400 violazioni. Le regole sono state violate con valanghe di norme fiscali che hanno avuto effetti nello stesso periodo d’imposta o addirittura retroattivi. Lo Stato e le sue agenzie siano i primi a rispettare le proprie leggi.
  • Abrogazione dell’imposta sulla prima casa. Trasferimento del gettito integrale dell’IMU sulla seconda casa ai comuni, così come era previsto nella riforma federalista interrotta dal Governo Monti. Aumento della tassazione sulla restante rendita improduttiva (fondi speculativi, beni immobili non locati, etc). L’IMU sulla prima casa vale circa 3,4 MLD, vale a dire appena lo 0,4% della spesa pubblica, importo recuperabile riducendo sprechi e inefficienze.
  • Non pignorabilità della casa in cui si vive una famiglia. La prima casa è il principale patrimonio delle famiglie italiane, primo passo per la sicurezza e la crescita economica e sociale. Oggi queste famiglie hanno paura: Equitalia, l’agente riscossore dell’Agenzia delle Entrate, per debiti non pagati e sanzioni varie ha pignorato 37.000 case nel 2010 e 44.000 nel 2011. Nel 2012 i pignoramenti sono aumentati del 22,8 % e saranno con ogni probabilità circa 50.000. Un numero impressionante. Chi ha comprato casa con i sacrifici di una vita ha conquistato un diritto: nessuno può togliergliela a meno che non sia lui a impegnarla come garanzia, ad esempio per il mutuo o per un prestito da lui deciso. Basta alle case pignorate per multe al codice della strada! 
  • Rivedere il patto di stabilità per i piccoli Comuni, differenziando il trattamento della spesa corrente dalla spesa in investimenti.
  • Semplificazione e facilitazione della contribuzione. Nel 2011 sono state contate 1869 leggi fiscali parzialmente o interamente in vigore e 1086 modifiche introdotte al Testo unico delle imposte dal 1988.
  • Piena attuazione del federalismo fiscale secondo il principio “voto, vedo, pago”. Ovvero più la cassa è prossima al controllo diretto dei cittadini (municipi), più facile sarà evitare un cattivo uso dei proventi dalla tassazione. Superare il principio della spesa storica accelerando il passaggio al meccanismo dei costi standard.
  • Regole semplici per ridurre il carico di norme e adempimenti burocratici per le imprese che pesano sulle aziende italiane per 23 miliardi l’anno pari ad un punto e mezzo di PIL.
  • Dare concretezza alla soluzione dell’annoso problema degli oltre 60 miliardi di crediti vantati dalle imprese nei confronti della P. A. per lavori già svolti, servizi già resi, forniture già effettuate.
  • Ripresa degli investimenti e delle infrastrutture. La riduzione della spesa deve essere concentrata nella spesa improduttiva, ma non deve precludere la possibilità di realizzare le opere necessarie per migliorare il contesto in cui agiscono le imprese e vivono i cittadini.
  • Riprendere ed accelerare il cammino verso una politica europea finalizzata alla crescita: eurobond, project bond e, insieme, l’esclusione degli investimenti infrastrutturali dal computo del deficit rilevante ai fini del rispetto degli obiettivi del fiscal compact.


La sfida

6) Difendere la specificità della nostra economia 

Nel panorama descritto, reso ancor più complesso dal protrarsi della crisi internazionale, l’Italia è sin qui riuscita a mantenere un sistema competitivo grazie alla particolare morfologia della propria struttura economica: la presenza di un sistema parcellizzato di piccole e piccolissime imprese ha consentito – nella lunga stagione dello sviluppo economico – una grande flessibilità alle condizioni del mercato, oltre che aver costituito il naturale ambito di sviluppo della fantasia e della creatività produttiva delle nostre imprese. Ma la ridotta dimensione, in tempo di crisi e di globalizzazione dei cicli produttivi e commerciali, paga il dazio alla minor capacità di attingere alle risorse finanziarie necessarie per mantenere la competitività e investire su innovazione e  nuove tecnologie.

Si deve riconoscere che l’operazione “scudo fiscale”, ovvero l’opportunità offerta per far rientrare capitali indebitamente trasferiti all’estero pagando una tassa agevolata, non ha sortito in questo senso gli effetti auspicati: a fronte di oltre 100 miliardi di Euro regolarizzati, meno di 5 sono stati reinvestiti nelle aziende di proprietà di chi ha riportato i capitali in Italia.

La successiva scelta del governo tecnico di rinegoziare il tasso di imposizione  con effetto retroattivo, non ha prodotto il gettito atteso e ha invece gravemente nuociuto alla credibilità di uno Stato che prima negozia delle condizioni con i suoi contribuenti e poi le cambia unilateralmente, dopo che i cittadini hanno deciso di dar credito alla proposta transattiva. 

Molta parte delle inefficienze della struttura pubblica, dei servizi connessi, dei controlli necessari e del grado di intermediazione tra il cittadino e la Pubblica Amministrazione, è stata sin qui compensata da una vasta e qualificata rete di professionisti, che hanno sopperito alle inefficienze se non alla incapacità ad agire dello Stato. Medici e farmacisti nell’ambito dell’offerta del servizio socio-sanitario; notai e avvocati nelle transazioni, certificazioni e compito di esazione anticipata e diretta, come nella semplificazione e gestione di parte della giustizia civile e del contenzioso minore; commercialisti per il controllo, la certificazione e l’intermediazione telematica, oltre che per i compiti di ausilio alle verifiche delle Autorità vigilanti; ingegneri, architetti e geometri per il compito di controllo, governo e verifica di compatibilità nell’uso e sviluppo del territorio. Hanno tutti svolto un ruolo insostituibile di supporto alle esigenze dello Stato.

Le scelte:   

  • Politiche di deducibilità fiscale dei mezzi propri messi in azienda sino a concorrenza massima dei redditi denunciati nello stesso lasso temporale (fruibile direttamente dall’imprenditore erogante) a fronte di apporti aggiuntivi di capitale nelle aziende possedute o partecipate, per rendere conveniente la ricapitalizzazione delle proprie imprese. Inoltre, la maggior dotazione di capitale proprio, alla luce dei parametri bancari di Basilea 2 e 3, determina un’immediata estensione della finanziabilità bancaria allargando di fatto in misura esponenziale l’accesso alle risorse liquide necessarie a competere con i nuovi mercati. Un provvedimento di questo genere consente: un aumento delle risorse immediatamente disponibili per l’impresa; la possibilità per le banche di ampliare le linee di credito, il cui massimale dipende dal rapporto tra mezzi propri e capitale finanziato; l’emersione di redditi sin qui poco conosciuti.
  • Incentivi alla consortazione, verticale ed orizzontale, di PMI compatibili per Distretti, cicli o merceologie di produzione o ambiti di commercializzazione; anche favorendo l’accesso al credito e al sistema di garanzia dei Confidi da parte di sovrastrutture certificate comprendenti più aziende.
  • Investimento nelle professioni, cui devono essere delegate funzioni sempre più ampie nell’ambito dell’offerta dei servizi pubblici e nelle modalità di intermediazione; occorre superare l’approccio demagogico che ha portato il governo tecnico a fingere l’attuazione di una riforma liberalizzatrice diminuendo garanzie e controlli di professionalità a chi svolge compiti riconosciuti, rischiando indiscriminati accessi a solo nocumento delle garanzie per i cittadini/utenti, e dimenticando di liberalizzare i servizi di pubblica utilità, l’accesso alle reti,  il sistema di controllo di finanza, banche e assicurazioni, oltre che dare attuazione ad una vera politica di privatizzazione delle partecipazioni pubbliche.


La sfida

7) Un nuovo sistema del credito è possibile

Non si intende demagogicamente affibbiare agli istituti di credito la colpa della crisi, trovando un facile capro espiatorio contro cui convogliare la rabbia della gente. Proprio perché il ruolo che rivestono le banche nel sistema economico è strategico occorre ripensarle.

Le banche sono uno strumento essenziale per l’economia reale. La nostra è pertanto una sfida di responsabilità per il ruolo strategico in campo economico e monetario che l’Europa ha affidato loro: essere strumento della ripresa economica, immettendo nuova liquidità in un mercato asfittico, fornendo alle imprese e alle famiglie l’ossigeno necessario a superare il momento di difficoltà che attraversiamo. Per questo, la BCE e L’Unione, hanno scelto di aiutare il sistema bancario privato, anziché i governi degli Stati sovrani. Questo compito è stato disatteso: tra dicembre e febbraio,  la BCE ha destinato 255 miliardi alle banche italiane a un tasso agevolato dell’1%, ma i prestiti a famiglie e imprese anziché aumentare sono diminuiti in Italia di quasi 35 miliardi di euro.

Al contrario, nei primi sei mesi del 2012 l’acquisto dei titoli di Stato da parte delle banche italiane ha subito un vero e proprio boom: + 93 miliardi. Alla luce dei rendimenti dei titoli nello stesso periodo di tempo, si è trattato di una speculazione con margini di profitto fino a sei volte superiori all’investimento iniziale. Una speculazione anche politica, perché naturalmente lo spread è sceso e il Governo Monti ha potuto rivendicare il risultato di fronte all’opinione pubblica. 

Ancora peggiore, sotto il profilo della credibilità della BCE, è quanto avvenuto in Francia: qui una cospicua fetta dei finanziamenti a tasso agevolato è stata indirizzata nelle società finanziarie di proprietà dei principali gruppi industriali, da questi prontamente convertite in istituti creditizi abilitati alla raccolta dei fondi europei. In tal modo le risorse che gli Stati membri hanno destinato al rilancio dell’economia sono serviti ad amplificare le capacità finanziarie dei pochi gruppi beneficiari (aziende automobilistiche in primis), in evidente aggiramento delle principali norme comunitarie in materia di concorrenza e  contrasto agli aiuti di Stato.

Le scelte:

  • Vigilanza degli Stati e delle istituzioni europee sul rispetto dei patti: è dovere dell’Europa e dell’Italia sincerarsi che i miliardi di euro di prestiti erogati alle banche per ridare liquidità al sistema arrivino alle famiglie e alle imprese, senza fermarsi nelle casse degli istituti di credito che, al contrario, chiudono i rubinetti. E’ altresì necessario che le Istituzioni europee definiscano un disciplinare con le corrette modalità di utilizzo delle risorse comunitarie stanziate a supporto della crescita economica e approntino un credibile sistema sanzionatorio a carico di chi non si attiene alle disposizioni.
  • Varo di una legge che separi le banche d’investimento da quelle commerciali, dividendo  le attività bancarie ordinarie da quelle speculative. Divieto di speculazioni finanziarie e operazioni ad alto rischio con i soldi dei correntisti, dei piccoli risparmiatori, delle imprese e delle famiglie. In un momento di crisi come quello attuale non ci devono essere margini per l’azzardo sulle risorse dei più deboli.
  • Valorizzazione dei Confidi patrimonializzandone adeguatamente i relativi fondi di garanzia e riconoscendo agli stessi il ruolo essenziale di sostegno al sistema imprenditoriale.
  • Patto Stato-Regioni per utilizzare i piani operativi regionali del Fondo sociale europeo in tutte le Regioni per progetti di microcredito, a sostegno delle piccole imprese e dei lavoratori autonomi che hanno difficoltà di accesso al credito bancario.
  • Introduzione di un tetto massimo ai compensi dei manager e di vincoli alla distribuzione dei dividendi per gli istituti di credito che si avvalgono del fondo di garanzia per le banche italiane introdotto nel ‘Salva Italia’.


La sfida

8) Un futuro di lavoro 

La crescita economica è la condizione necessaria per ridurre la disoccupazione. Quando le aziende chiudono, non c’è forma del mercato del lavoro che possa tutelare l’occupazione.

Per decenni si è trattato il tema del lavoro quasi fosse indipendente dalle dinamiche economiche e dalla globalizzazione. Il mancato adeguamento del mercato del lavoro alle nuove esigenze dell’economia mondiale ha fatto si che fosse reputato tollerabile piegare i contratti atipici, nati per esigenze di altro tipo, alle esigenze di flessibilità del sistema economico. Gli “atipici” sono così diventati lavoratori di serie B, sprovvisti delle garanzie dei lavoratori “classici”, ma indispensabili alla tenuta della nostra economia.  Con questo trucco il sistema ha continuato a funzionare, almeno in apparenza, finché la crisi economica non ne ha messo a nudo tutti i limiti.

La grande sfida che ci attende è eliminare le differenze di trattamento che esistono tra lavoratori, per far in modo che le esigenze di flessibilità richieste dall’economia, siano equamente suddivise tra tutti. E’ tempo che il nostro popolo riscopra la solidarietà che gli è propria e torni ad agire come una vera comunità nazionale che protegge e tutela tutti i cittadini, senza ingiustificate differenziazioni.  

L’altra grande sfida è riuscire a correggere il disallineamento esistente tra domanda e offerta, tra percorso formativo intrapreso da molti giovani e reali conoscenze richieste dalle aziende.

La scelte:

  • Riduzione del cuneo fiscale nei primi anni di assunzione di un nuovo lavoratore.
  • Rafforzamento dell’apprendistato come transizione tra formazione e lavoro e come strumento di accesso al mondo del lavoro.
  • Conclusione della riforma del lavoro secondo il principio dei pari diritti di tutti i lavoratori. Riforma che si ispiri al Contratto Unico per tutti, un sistema che preveda un grado di tutela crescente con l’anzianità di servizio in una determinata azienda, con maggiore flessibilità nei primi anni e un discreto grado di rigidità negli anni successivi.
  • Incentivazione a forme di partecipazione agli utili da parte dei lavoratori.
  • Sistema unico di ammortizzatori sociali per tutti i lavoratori e rafforzamento delle politiche attive.
  • Valorizzazione dei lavori tradizionali e dei lavori manuali, soprattutto dell’artigianato di qualità. 
  • Introduzione dell’orientamento al lavoro e dell’educazione all’imprenditorialità nelle materie scolastiche di ogni istituto secondario. Miglioramento degli strumenti di collegamento tra scuola, università e mondo del lavoro.
  • Apertura ed incentivazione al ricorso della contrattazione aziendale, di distretto o territorio per dare risposte puntuali e meno vincolate alla visione centralizzante del conservatorismo sindacale.

 

La sfida

9) La rivoluzione del welfare

La grande sfida è passare da un sistema di assistenza in gran parte inefficiente e costoso che pone il cittadino come assistito passivo, a un sistema meno costoso che assicuri pari o miglior servizi. 

E’ necessario cambiare questa grande macchina vecchia, lenta e costosa e trasformarla in uno strumento in grado di dare risposte reali ai sempre crescenti e mutevoli bisogni sociali, nonostante la scarsità di risorse.

Il modello assistenzialista è sbagliato, non risolutivo e non più sostenibile. Applicare il principio di sussidiarietà non solo significa mettere il cittadino al centro delle scelte, orientando le politiche sociali nella giusta direzione, ma soprattutto liberare energie, anche economiche, trascurate, con un circolo virtuoso che vede protagonisti il settore pubblico, quello privato e il non-profit.

La “rivoluzione del welfare” passa anche per la valorizzazione del Terzo settore: sentinella delle pulsioni sociali, partner irrinunciabile degli enti locali, portatore sano di valori nell’era della crisi che è culturale prima che  finanziaria.

Gli enti locali e le istituzioni, a loro volta, devono indirizzare i loro sforzi nella lotta al disagio sociale attraverso la prevenzione e la promozione degli stili di vita sani. Pur garantendo la possibilità di cura, di reinserimento sociale e lavorativo a chi vice un disagio (fisico, psichico e sociale), va definitivamente superata la “cultura” della “riduzione del danno”, attraverso la prevenzione dei comportamenti a rischio. 

Così lo Stato sociale prende per mano chi è rimasto indietro senza frenare chi nel frattempo è andato avanti: questa è l’uguaglianza delle opportunità che garantisce alle persone la libertà.

Le scelte:

  • Istituzione dei voucher sociali per rendere libero il cittadino di scegliersi la struttura presso cui rivolgere le proprie richieste. Il voucher è un titolo d’acquisto corrispondente a un valore monetario che legittima l’ottenimento di beni o servizi in strutture accreditate. Il passaggio alla gestione dei servizi socio-sanitari con l’utilizzo dei voucher obbligherebbe i soggetti erogatori dei servizi a operare in un mercato concorrenziale,  migliorandone la qualità; il beneficiario potrà quindi scegliere, in un libero mercato, l’ente dal quale farsi assistere.  Lo strumento è efficace anche per contrastare gli abusi, come quello dei falsi invalidi.
  • Programmazione sociale a medio-lungo termine capace di rispondere ai bisogni sociali presenti e anticipare quelli futuri. Ridursi a pensare nell’emergenza ha costruito il muro di gomma contro cui si stanno scontrando le odierne e principali questioni sociali: invecchiamento demografico, aumento flussi migratori, nuove povertà.
  • Investimento sostanziale sul Terzo Settore in quanto parte sociale. Andare oltre le dichiarazioni d’intenti e coinvolgerlo nella definizione delle politiche sociali di cui è il soggetto attuatore, coinvolgendo quindi i portatori di bisogno
  • Superamento della dicotomia (e talvolta del conflitto) tra pubblico e privato: incentivare le aziende che si impegnano nella ‘responsabilità sociale d’impresa’.
  • Inserimento lavorativo delle categorie svantaggiate: il superamento dell’assistenzialismo passa attraverso un radicale cambio di prospettiva che vede le persone in difficoltà non solo “assistite”, ma parte attiva e risorsa socio-economica della comunità.
  • Attuazione di politiche di sussidiarietà fiscale attraverso la stabilizzazione del 5×1000 in modo che non sia soltanto il pubblico a farsi carico dei servizi sociali, ma anche i contribuenti. Rendere più efficiente questo strumento fiscale che dà al non-profit la possibilità di garantire i servizi con l’aiuto dei contribuenti.
  • Semplificazione, incentivazione e promozione delle agevolazioni fiscali per i privati cittadini e le aziende che donano risorse a enti non commerciali e non lucrativi.


La Sfida

10) Una giustizia che funzioni

Se la giustizia non funziona, non funzionano: lo Stato, l’Amministrazione, l’economia.

Nella giustizia civile.

Perché ci sia giustizia, non devono essere giuste solo le sentenze ma anche i processi.

Perché un processo troppo caro o troppo lungo nega la domanda di giustizia.

Ciò vuol dire che da una parte va potenziata la produttività della magistratura e dall’altra si deve procedere ad una deflazione del contenzioso giudiziario.

Nella giustizia amministrativa.

I processi sono troppi e troppo costosi. Il danno non è solo per i cittadini, ma anche per le amministrazioni, che rischiano la condanna a spese di giudizio ingenti e che sono sempre esposte al rischio di vedere paralizzata l’azione amministrativa.

Nella giustizia penale.

Perché la legge sia uguale per tutti, l’azione penale deve essere uguale per tutti. È inammissibile che a fronte di uno stesso fatto criminoso, alcuni vengano indagati ed altri no. Alcuni vengano condannati e per altri si giunga alla prescrizione. L’azione penale non può essere promossa secondo criteri discrezionali dei magistrati inconfutabili da chiunque. Perché così lo strumento giudiziario diventa un’arma ad orologeria nelle mani dei singoli magistrati, utilizzabile o meno in base a scelte soggettive.

La certezza della pena e’ un corollario del principio cardine del nostro ordinamento: la certezza del diritto. Chi commette un crimine deve sapere e temere ciò a cui va incontro, chi è vittima di un crimine deve sapere ed essere rassicurato che il colpevole verrà punito. Il quanto, come e quando della pena deve essere conosciuto prima, eliminando l’aleatorietà del sistema. 

La presunzione di innocenza e’ fondamento del nostro sistema. Una giustizia responsabile salvaguarda l’indagato e la sua reputazione prima che sul suo conto venga emessa una sentenza. Le intercettazioni telefoniche non possono essere cronaca di giornale.

Le carceri sovraffollate rappresentano la giustizia più odiosa, quella che nega i diritti dei detenuti. Nonostante il nostro sistema sia fondato sul principio della rieducazione e del reinserimento sociale del condannato, la pena detentiva  – e cioè la meno idonea a perseguire dette finalità – resta la pena principale.

Se la sicurezza personale e dei propri cari non viene garantita, i primi a soffrirne sono proprio i più deboli, quelli che non hanno la scorta o le autoblu, gli impianti di video sorveglianza privati, il garage sotto casa. L’idea sinistra secondo cui la sicurezza sarebbe un capriccio piccolo-borghese, tradisce la gente comune, non i vip.

La giustizia e la sicurezza rappresentano i primi diritti civili che lo Stato deve tutelare, per garantire a ognuno la libertà di poter costruire il proprio futuro al riparo da coloro che ne minacciano l’esistenza. 

Le scelte:

  • Nel civile
    Per diminuire il carico dei Tribunali vanno premiati i Tribunali con prassi virtuose, e incentivate fortemente forme alternative di risoluzione delle controversie grazie al pieno coinvolgimento di tutti gli operatori della Giustizia (avvocati, magistrati onorari e di ruolo, soggetti garanti dei diritti del cittadino). 

  • Nell’amministrativo
    Il contenzioso amministrativo va prevenuto aumentando e garantendo le forme di partecipazione dei privati ai procedimenti amministrativi e incentivando il ricorso agli accordi. Il contraddittorio deve essere anticipato in sede procedimentale, la concertazione equa e trasparente deve essere un modulo dell’agire pubblico. La conciliazione non è strumento auspicabile solo nei rapporti tra privati ma anche in quelli con la pubblica amministrazione.
  • Nel penale
    L’obbligatorietà dell’azione penale non trova riscontri nella realtà quotidiana della nostra giustizia. Dove si verificano incongruenze decisive tra uguali cittadini e uguali fattispecie. Tanto vale ragionare di indirizzi generali, secondo le emergenze del momento, promossi annualmente dal Parlamento nazionale. La stessa azione penale deve essere riequilibrata limitando i margini di discrezionalità posti in capo ai magistrati. Sia i tempi sia i criteri di valutazione delle azioni penali da portare avanti devono essere oggetto di valutazione permanente da parte di soggetti terzi ed imparziali. Introdurre il “ tribunale della famiglia”: impegno concreto affinché prosegua l’iter del ddl che prevede la creazione di sezioni specializzate sul diritto di famiglia all’interno dei tribunali ordinari.

  • Le carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti devono essere separate. Deve essere aumentato e reso più trasparente il sistema di controllo sull’operatività dei magistrati. I quali devono poter rispondere in sede civile dei propri illeciti comportamenti, secondo quanto già stabilito per via referendaria dai cittadini italiani.
  • Il sistema del calcolo della pena e i calmieratori della sua effettività vanno semplificati e destrutturati. Bisogna ridisegnare il sistema affinché  ciò che accade sia ciò che ti aspetti.
  • Le pene alternative alla detenzione devono essere la regola e non l’eccezione. Va formato il personale affinché accompagni i condannati. La formazione e il lavoro devono essere al centro del processo di pena e di riabilitazione dei condannati.
  • La segretezza istruttoria deve essere preservata con responsabilità diretta della magistratura.
  • Le forze dell’ordine devono essere incrementate negli uomini e migliorate nella tecnologia dei mezzi utilizzati per lo svolgimento del loro prezioso lavoro sul territorio.
  • La videosorveglianza pubblica deve essere migliorata e integrata con quella privata. E posta sotto controllo quotidiano da parte di appositi uffici operativi sotto il comando delle polizie municipali e provinciali.


La sfida

11) La tutela della natalità e delle famiglie 

L’Italia resta in una condizione di crescita zero; il tasso di natalità è tra i più bassi d’Europa. Tutti i dati disponibili descrivono un’emergenza sociale che mette a rischio il diritto alla vita nel presente e nel futuro.

La situazione di forte crisi che l’Italia sta attraversando, impatta in modo diverso sui cittadini, aumenta il divario sociale, non consente ai giovani di pensare in prospettiva, lasciandoli nell’incertezza su più fronti, compreso il progetto di fare famiglia. Le nuove coppie non hanno garanzie di sostegno: trasferimenti e sgravi fiscali scarsi e non diretti all’utilizzo di servizi, asili nido insufficienti, servizi educativi e scolastici con rette alte, mancanza di una rete sussidiaria, assenza di tutela delle donne con contratti atipici, assenza di agevolazioni per l’accesso alla casa.   

Sono alcuni degli ostacoli che le coppie devono affrontare per conquistare la possibilità di essere genitori. Intendiamo promuovere con decisione la natalità e sostenere la coppia nell’importante compito educativo, per restituire alle giovani generazioni il “diritto al futuro”. 

Le scelte:

  • Introduzione del quoziente familiare. Una battaglia antica e moderna per alleggerire il carico fiscale proporzionalmente al numero dei familiari. Criterio volto a favorire la natalità per una nazione che lentamente sta morendo. Introduzione del quoziente solo per redditi che non superino una determinata soglia e sistema di assegni familiari a favore delle fasce più povere che non troverebbero giovamento. Il costo stimato è di 12 mld. La spesa pubblica annuale è di 800: il gioco vale la candela.
  • Introduzione del quoziente familiare come criterio di selezione per le agevolazioni, secondo un’attenta valutazione delle condizioni della famiglia. Tale proposta propone sconti sulle tariffe basati su parametri che riducono il valore ISEE. Riguardano il numero dei figli, l’età, la condizione di disoccupazione e la presenza di disabilità in famiglia.
  • Possibilità di accesso al periodo di astensione lavorativa, specialmente nel primo anno di vita, per entrambi i genitori.
  • Iva al 4% sui prodotti per l’infanzia.
  • Piena applicazione della legge 194 sull’aborto, finora inapplicata nella parte che tenta di rimuovere le cause economiche e sociali che portano a rinunciare alla maternità.
  • Rilancio dell’occupazione femminile, garantendo il part-time e diffondendo il telelavoro; tenuto conto che l’indice di natalità aumenta dove cresce l’occupazione femminile.
  • Potenziamento dell’offerta pubblico-privata degli asili nido, anche mediante la promozione di forme associative di gestione, fondate su un patto di solidarietà tra le famiglie  e nel pieno rispetto del principio di sussidiarietà.
  • Forme d’incentivo per l’apertura degli asili nido sul posto di lavoro, condominiali e in case private secondo il modello dei Tagesmutter.   
  • Sostegno al cosiddetto “Condiviso bis”: prosecuzione di ogni iniziativa legislativa a sostegno delle politiche a favore della bigeitorialita’ intesa come diritto dei figli di poter crescere in maniera equilibrata con entrambi i genitori anche in caso di loro separazione. 
  • Introduzione di una concreta politica abitativa per le giovani coppie. Rifinanziamento del Fondo di garanzia per l’acquisto della prima casa per le giovani coppie e i precari.


La sfida

12) L’Italia tra cultura e turismo

L’Italia possiede ricchezze ben più rare e preziose del petrolio, oltretutto inesauribili: la cultura, l’arte e il paesaggio.

Solo considerando i siti Unesco censiti in Italia, emerge che il nostro Paese detiene il più alto numero di siti al mondo, risultando il più visitato. Infatti su 936 siti presenti in 153 paesi, ben 47 sono in Italia. Se consideriamo il patrimonio non censito, opere d’arte, musei, monumenti, luoghi naturali, borghi e patrimonio enogastronomico è facile capire come si sia diffusa l’idea che l’Italia detenga il 70% del patrimonio culturale mondiale. Un’esagerazione fondata su una verità.

A fronte di ciò, queste ricchezze appaiono poco e mal utilizzate.

Per capire l’anomalia della gestione del nostro patrimonio è utile considerare che si pagano quasi 10 euro per accedere alla torre Eiffel, 25 dollari per l’Empire State building, 20 euro per il Big Ben di Londra, 13 per la Sagrada Familia di Barcellona, 15 per lo stadio Santiago Bernabeu di Madrid. Prezzi ben superiori ai 9 euro per il Colosseo, gli 11 di Pompei, i 6 della Mole Antonelliana o i 6,50 per la galleria degli Uffizi. A ciò si aggiunge la quasi totale assenza di attrattive collaterali.

Il patrimonio culturale presenta un’enorme potenzialità economica, turistica e occupazionale. L’arte e la cultura sono per l’Italia un forte elemento di coesione e ‘identità’. Fino a oggi è stato oggetto di scarsa valorizzazione. Occorre intervenire con un radicale capovolgimento.

Le scelte:

  • Intervento con strumenti per sviluppare una politica di sistema, indispensabile per poter sostenere la competizione con i Paesi concorrenti. Gli aspetti su cui insistere sono due: potenziamento della rete di servizi e investimenti sulla formazione degli operatori.
  • Investimento sul turismo e promozione del marchio “Italia”, mettendo a sistema le attrazioni e collegandole con chi offre ospitalità, ristorazione, servizi di guida, piuttosto che con l’agroalimentare, rendendo accessibile la rete e non il singolo monumento.
  • Forte ed incentivante politica di defiscalizzazione, anche tramite ricorso all’istituto del credito d’imposta, a favore del privato che intenda investire in infrastrutture connesse al turismo ed all’ampliamento e miglioramento delle strutture ricettive di accoglienza.
  • Formazione decisa, moderna, innovativa degli operatori e riqualificazione di quelli esistenti. Basta con gli improvvisati.
  • Avvicinamento della scuola e dell’università al mercato del lavoro, riducendo la distanza tra l’esigenza di competenze delle imprese e l’offerta fin qui disponibile. Rimodulare gli indirizzi formativi rivolti al turismo, dagli istituti professionali alle Università.
  • Accesso alle Soprintendenze per i giovani.  Da più di 10 anni non sono banditi concorsi, si sono moltiplicate le sedi distaccate con proliferazione di incarichi dirigenziali. Occorrono nuovi concorsi e il varo di una nuova generazione di Soprintendenti che sappia coniugare cultura della conservazione con gestione economica, tutela dei beni con loro messa a reddito, dando nuova vitalità a un’attività percepita solo come interdittoria. L’Italia deve sfornare le eccellenze mondiali di questo settore.
  • Finanziamento dei Beni culturali con i Beni culturali. Attualmente tutti gli introiti (dagli ingressi ai diritti di copyright sulle immagini del nostro patrimonio) vengono versati al Ministero delle Finanze e solo in minima parte riutilizzati per la cultura.  È necessario che tutte queste entrate siano destinate a restauri, tutela, valorizzazione, formazione.
  • Restauro del pubblico con il privato. L’abbandono di intere aree archeologiche e opere d’arte impone il ripensamento del sistema dei restauri e una decisa attività di conciliazione degli interventi manutentivi con il privato. Serve garantire defiscalizzazione e sgravi tributari (come all’estero) e un regime fiscale per il restauro che sia un incoraggiamento alle imprese a maturare appeal pubblicitario di qualità.
  • Valorizzazione dell’esistente invisibile. Tutti i musei italiani hanno depositi ricchissimi di materiali storici e artistici. E’ mancata finora la volontà di valorizzare questo giacimento. È necessario catalogare e creare una rete tra Musei e Soprintendenze che elabori attività espositive dedicate a queste opere. La loro itineranza internazionale deve essere agevolata con procedure snelle, forme di “affitto a lungo periodo” accompagnate dal ‘marchio Italia’, con vantaggi di ricavo e di pubblicità per il nostro patrimonio culturale.
  • Agevolazione della fruizione del patrimonio culturale a parte della popolazione, anche attraverso l’obbligo di apertura delle strutture pubbliche di interesse artistico e culturale nelle giornate festive e prevedendo forme di incentivazione alla presenza di famiglie e scolaresche.
  • Studio e realizzazione di nuovi media per il patrimonio artistico. Attualmente i nostri musei sono privi di siti web di divulgazione, i pochi esistenti sono obsoleti e inutilizzabili. Non è rinviabile l’accesso alle moderne tecnologie, anche per incoraggiare i nuovi fruitori – la generazione dei nativi digitali – detentori della nuova domanda.
  • Il rischio snaturamento delle città storiche sotto i colpi delle esigenze commerciali va controllato e contrastato. Gli elementi caratteristici dei centri storici o dei quartieri identitari (nuclei urbani liberty, razionalismo, ecc.) devono essere difesi in quanto divulgatori di cultura italiana e attrazione a loro volta. Botteghe artigianali, musei di settore, librerie, attività primarie devono essere salvaguardati mediante agevolazioni fiscali, ma anche con un’economia di scala, sul modello dei centri commerciali. Una politica di consorzi di strada va incoraggiata con strumenti idonei.


La sfida

13) Costruire il futuro partendo da scuola e università 

L’Italia deve ripensare il suo sistema educativo: la scuola e l’università devono tornare ad occupare quel ruolo centrale di formazione della persona che fa di esse un fattore insostituibile per lo sviluppo culturale e professionale della Nazione.

Nel campo della scuola, è necessario razionalizzare gli investimenti pubblici per garantire che le risorse siano realmente impiegate per la formazione costante dei docenti e per la sicurezza degli istituti scolastici, che immaginiamo come poli culturali e aggregativi per il territorio in cui sono inseriti, aperti anche oltre l’orario didattico. L’università deve aggredire gli sprechi e i privilegi per onorare le sue missioni sociali: la didattica, la ricerca e il ruolo attivo nello sviluppo del territorio. 

E’ fondamentale ridurre il tempo ancora eccessivamente lungo, rispetto agli altri Stati occidentali, per il conseguimento dei titoli professionali, che rappresenta un grave svantaggio di competitività per la nostra nazione.

Rafforzare il legame tra sistema formativo e impresa e rivalutare la cultura umanistica, che costituisce uno dei più importanti strumenti di crescita culturale dell’Italia.

Meritocrazia, valutazione, trasparenza, qualità e innovazione devono essere le parole d’ordine da declinare in tutti i settori in cui si articola il nostro sistema di istruzione e formazione, per costruire una società fondata sulla conoscenza, sulla cultura e sull’educazione.

Le scelte:

  • Riavviamento del processo di autonomia amministrativa e finanziaria delle istituzioni scolastiche e universitarie e coniugarlo con seri criteri di responsabilità, per assicurare una gestione delle risorse più oculata e più attenta ai bisogni delle strutture. 
  • Revisione della geografia delle istituzioni universitarie sul territorio nazionale, per cancellare le duplicazioni, le sedi inutili e abbattere i costi di gestione.
  • Implementazione dei sistemi di valutazione e di aggiornamento culturale e professionale della classe docente, per permettere ai professori di svolgere al meglio la propria funzione educativa, strategica per lo sviluppo dell’Italia.
  • Incentivazione dell’apertura delle istituzioni scolastiche e universitarie oltre l’orario didattico, rilanciando accordi e convenzioni con associazioni sportive, culturali e del terzo settore, anche in sinergia con gli Enti locali, per sviluppare attività rivolte agli studenti, alle loro famiglie e al territorio.
  • Potenziamento dell’educazione motoria e sportiva sia nella scuola primaria sia nella scuola secondaria di primo e secondo grado.
  • Attenzione al problema della sicurezza di tutte le strutture scolastiche, rendendo immediatamente disponibili i fondi destinati all’edilizia scolastica già stanziati e non ancora spesi ed escludendoli dal patto di stabilità.
  • Affermazione della centralità della funzione docente nella società della conoscenza. Il sistema oggi non è in grado di appagare le aspirazioni delle forze positive presenti nella scuola e nell’università, con il grave rischio di frustrare le legittime aspettative e di allontanare  dalla professione i migliori talenti. È necessario costruire un sistema più efficiente di progressione della carriera del personale docente, pena la dispersione del capitale umano e professionale, indispensabile per raggiungere adeguati livelli di qualità nel processo educativo.
  • Snellimento delle procedure burocratiche per sostenere la mobilità europea degli studenti italiani, attraverso lo sviluppo di scambi bilaterali e nuove partnership tra le università e gli enti pubblici di ricerca.
  • Ripartizione del Fondo di finanziamento ordinario alle università non solo sulla base di criteri meramente quantitativi come il numero degli iscritti, ma soprattutto su parametri di efficienza, eccellenza, qualità dei servizi e della ricerca, adeguati alla media dei costi standard per studente negli Stati membri dell’Unione Europea e dell’Ocse. Una quota del Fondo deve essere, inoltre, destinato obbligatoriamente al finanziamento di assegni di ricerca e della borse di dottorato.
  • Istituzione del Fondo per il prestito d’onore.


La Sfida

14)  La rete e la rivoluzione digitale: una grande opportunità 

L’Unità nazionale va garantita anche attraverso le infrastrutture digitali. Il digital divide, limita le possibilità di integrazione sociale e culturale, ma anche lo sviluppo economico. Il processo di digitalizzazione non può essere percepito dalla classe dirigente come poco più di un orpello estetico, la capacità di innovazione e creatività del nostro tessuto produttivo da cui dipendono nuova ricchezza e competitività può crescere solo se si recupera il gap con altre nazioni. 

L’Italia è tra i paesi meno avanzati del G-20 per penetrazione della banda larga e sviluppo della internet economy. La nostra economia della rete vale solo il 2% del Pil contro il 4,1% dei paesi industrializzati. Solo il 15% degli italiani utilizza l’ e-commerce contro il 43% della media Ue.

Le ricerche dimostrano che il tasso di innovazione di un paese è legato alla penetrazione della rete. L’Italia ha un vantaggio, indiscutibile e non ancora sfruttato. Oltre il 95% del tessuto produttivo è rappresentato da PMI che realizzano il 70% del fatturato totale e generano l’80% degli occupati; la penetrazione di internet nelle aziende con meno di 10 dipendenti è bassa, meno della metà. La nostra tipologia è compatibile con l’internet economy proprio perché caratterizzata da imprese flessibili, agili, capaci di stare sul mercato globale con velocità di adattamento, come richiede la rete. Un potenziale sfruttato in minima parte.

Le scelte:

  • Rispetto del programma dell’Agenda digitale italiana che prevede la diffusione della banda larga su tutto il territorio nazionale entro il 2013 e banda ultra larga al 50% della popolazione entro il 2015
  • Sostegno allo sviluppo di start up o progetti d’impresa che agiscono nel comparto della internet economy, non solo attraverso il sistema del reperimento dei capitali ma anche nello snellimento burocratico e l’agevolazione fiscale allo scopo di limitare il rischio di “corporate drain”, cioè la fuoriuscita delle migliori idee innovative dal nostro paese.
  • Riduzione al 4% dell’Iva sull’acquisto e la vendita online di contenuti digitali per sviluppare le attività di e-commerce.
  • Proposta d’inserimento di crediti formativi agli studenti che s’impegnano alla formazione delle generazioni non “computer literate”, per favorire l’inclusione digitale.
  • Promozione e sostegno per progetti di formazione sullo sviluppo della digitalizzazione delle Pmi, in collaborazione con università e operatori di rete e di tlc.


La sfida

15) I nuovi italiani: immigrazione e integrazione 

Nessuna nazione può ospitare più persone di quante ne possa accogliere e assistere. Non c’è niente di ‘umanitario’ nell’aprire indiscriminatamente le frontiere, per poi destinare a una vita di marginalità e povertà chi entra in Italia.

L’esperienza, anche nelle nazioni che per il portato della stagione coloniale sono caratterizzate da elevata vocazione multirazziale come la Francia o la Gran Bretagna, insegna che i percorsi di integrazione sono lunghi e mai scontati. E che troppo spesso sacche di disperazione accolte indiscriminatamente si inseriscono nei tessuti indigeni di maggior disagio, generando conflitti sociali, fenomeni di delinquenza ed  estensione di episodi di asservimento al crimine organizzato. L’equazione immigrazione/delinquenza deve essere culturalmente combattuta, ma lo Stato non deve mai abbassare la guardia verso fenomeni che diminuiscano nei cittadini anche solo la percezione di sicurezza, che va sempre intesa come prima garanzia per la realizzazione di qualunque forma di libertà. 

Governare i flussi, controllare le frontiere, imporre il rispetto della legalità, è la strada per garantire accoglienza, integrazione, solidarietà. Una politica efficace cui il governo di centrodestra aveva dato corso è stata smontata solo dalla guerra in Libia e dalla ‘primavera araba’, che hanno generato una nuova ondata di profughi.

Insieme al contrasto intransigente verso la clandestinità, deve procedere di pari passo il percorso verso la piena integrazione dei nuovi cittadini. Perché l’Italia sia la terra di chi la ama, la conosce, ne rispetta Costituzione e tradizioni culturali e religiose.

Le scelte:

  • Rafforzamento del meccanismo degli accordi bilaterali con gli Stati di provenienza degli stranieri al fine di governare i flussi, attuazione di politiche di rimpatrio, coordinamento della sicurezza, azione diplomatica sullo scacchiere mediorientale.
  • Inasprimento contro i nuovi mercanti di esseri umani, la diffusione del lavoro nero, del caporalato e dello sfruttamento.
  • Introduzione meccanismi di incentivo all’apprendimento della lingua, della cultura e della Costituzione italiane.
  • Introduzione, a richiesta e senza demagogici automatismi, del diritto alla cittadinanza italiana per le “seconde generazioni”, non per semplice nascita sul territorio nazionale, ma secondo il principio che chi completa l’intero ciclo della scuola dell’obbligo e dimostra piena integrazione e volontà di ottenimento della cittadinanza è da reputarsi titolato ad averla.


La Sfida

16) Ambiente e paesaggio: strategie per il territorio 

Lo sviluppo è un obiettivo che ha in sé contrasti con il rispetto dell’ambiente. Un partito conservatore moderno si definisce in ragione della volontà di avere cura per terra, aria, acqua, vita, per trasmettere il patrimonio ereditato alle generazioni future. La sinistra ha ridotto la visione ambientalista a una retriva battaglia ideologica contro le forme d’interazione tra uomo e natura. Un’altra convivenza è possibile e può offrire risposte alle esigenze energetiche, abitative, infrastrutturali e di sviluppo economico, attraverso il rispetto dei parametri di sostenibilità. 

La fotografia dell’Italia è inquietante: patrimonio culturale in rovina, abusi edilizi, insediamenti in zone archeologiche e di pregio, a rischio sismico o idrogeologico, con rischi esponenziali enormi. 

Nel ventesimo secolo sono stati oltre 12.600 i morti, feriti e dispersi, migliaia le case e i ponti distrutti, milioni i chilometri di strade e ferrovie interrotti. Il numero degli sfollati e dei senzatetto supera i 700.000 (il 75% a causa di inondazioni).

Ci vorrebbero 44 miliardi per contenere il rischio idrogeologico, ma con gli stanziamenti  messi in campo dal Governo ci vorranno più di 100 anni per la messa in sicurezza del  territorio.

Le scelte:

  • Priorità al risparmio energetico, con azioni decise e non più rinviabili che possono fruttare un 30% in meno di consumi (e quindi di bolletta). E’ urgente razionalizzare e rilanciare le fonti rinnovabili: fotovoltaico, solare termico, eolico, biomasse, geotermico nella logica di distribuzione orizzontale e dell’autoproduzione. Avere il coraggio di investire sulla ricerca, capeggiando, da paese industrializzato privo di centrali nucleari, il consorzio internazionale per la fusione nucleare, cioè il nucleare pulito.
  • Investimento sul consumo di prodotti locali, a partire dall’agricoltura, riducendo i costi dei trasporti e della conservazione, l’inquinamento relativo provocato, sostenendo l’economia locale, rispettando vocazioni e tradizioni dei luoghi, producendo benessere e salute.
  • Pur comprendendo che l’adozione di moderni sistemi di coltivazione garantisce una quantità di produzione e di presenza sui mercati mondiali sconosciuta in precedenza, riteniamo che debbano prevedersi forme di forte premialità verso chi opera senza il ricorso agli Ogm, il ricorso ai quali rischierebbe di snaturare la tendenza qualitativa e non quantitativa della nostra filiera agricola. La coltivazione della terra, la pastorizia e l’allevamento sono il frutto secolare dell’amore per il territorio e del rispetto per i cicli della natura, volerli stravolgere in nome della frenetica volontà di disporre sempre e comunque di ogni prodotto, determina un generale impoverimento della qualità e delle specificità che fanno grande e inimitabile il nostro patrimonio, e che costituiscono l’elemento di prima e più immediata riconoscibilità internazionale del “made in Italy”.
  • Niente discariche né inceneritori: è l’obiettivo strategico a cui tendere nel medio-lungo periodo. Il principio ispiratore del ciclo dei rifiuti è quello di riutilizzare gli scarti come materia prima seconda. In tutto il mondo sviluppato le materie raccolte e riciclate vengono vendute nell’industria. Da noi si gettano ancora in discarica, magari abusivamente o senza aver impermeabilizzato il suolo e paghiamo anche profumatamente chi li riceve. Produrre meno rifiuti, vietare imballaggi inutili e costosi, reintrodurre il vuoto a rendere, fare la raccolta porta a porta, sviluppare la filiera industriale dei materiali riciclati. Se questo ciclo viene messo in atto, la quantità residua di rifiuti è talmente scarsa e di così basso valore energetico che non vale la pena incenerirla, eliminando i danni per ambiente e salute. Facendo i giusti investimenti e perseguendo questa politica, entro pochi anni può essere raggiunto l’obiettivo di rendere ‘superflue’ le grandi discariche e gli inceneritori. Gli inceneritori, infatti, possono produrre energia elettrica solo se bruciano legno, carta e plastica. E, di fatto, oggi funzionano solo perché sostenuti impropriamente con i finanziamenti del famigerato Cip6 (quota parte della bolletta elettrica che dovrebbe aiutare solo le energie rinnovabili e invece in Italia finisce soprattutto sulle fonti ‘assimilabili’).
  • Incentivazione del sistema premiale per la gestione del territorio e del paesaggio, i vincoli passivi sono un sistema superato. Potenziare i sistemi volti alla valorizzazione e allo sviluppo sostenibile: recupero dei centri storici con adeguate semplificazioni amministrative.  Si agli alberghi diffusi, ai borghi dei mestieri, ai servizi per i circuiti culturali e i distretti turistici, agli incentivi per il recupero e le ristrutturazioni degli immobili di valenza storica. Promozione delle delocalizzazioni dalle zone rosse, e quindi a rischio, con crediti edilizi.
  • Sviluppo eco-sostenibile delle città conciliando rispetto dell’ambiente, qualità della vita e servizi per la collettività. Superamento della dimensione quantitativa nello sviluppo urbano e aumento degli investimenti dello Stato con semplificazione dei vincoli per le amministrazioni locali e le imprese che progettano Smart Cities. Sostituzione edilizia, premi di cubatura in cambio della realizzazione di quartieri moderni e di bio-architettura, in luogo di quelli intensivi, ex abusivi, degradati e atomizzanti.

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