Paola a Radio Radicale, sul tema della tutela della lingua italiana.
| 12-Mar: Istituto Caterina da Siena - Viale Lombardia 89, Milano Paola Frassinetti al centenario del Caterina da Siena |
| 12-Mar: Segrate Paola Frassinetti a Segrate |
| 13-Mar: Sala Previato - Biblioteca comunale - Piazza della Vittoria, San Giuliano Milanese Paola Frassinetti a San Giuliano Milanese |
| 20-Mar: Reggio Emilia Paola Frassinetti a Reggio Emilia per un convegno sulla scuola |
| 21-Mar: Agrate, Parabiago, Canegrate Paola Frassinetti e una domenica sul territorio |
| 22-Mar: Victory Bar - Via Borgogna 5, Milano Aperitivo a sostegno di Romano La Russa |
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ALLO STATO NASCENTE Ci aspettano mesi decisivi, scelte importanti, dobbiamo affrontare questo processo con determinazione, ma senza facili entusiasmi, senza la facile convinzione che tutto sia semplice, che non ci siano delle grandi insidie di fronte a noi. Dobbiamo essere vigili su queste insidie proprio per poterle sconfiggere insieme, anche con gli altri amici che faranno parte del PdL, a cominciare da Forza Italia e dalle altre forze politiche che entreranno nel nuovo partito. Ciò anche per sottolineare meglio quel rapporto di forza tra FI e An sintetizzato nella percentuale del "70-30". Attenzione, il 70 per cento sarà composto da Forza Italia, ma non solo. Ci sono infatti anche una serie di altre formazioni, la cui rappresentanza sarà compresa dentro quel 70 per cento. E quindi l'equilibrio tra An e Forza Italia è molto più equo di quello che appare. Questo ci serve a comprendere che il Popolo della Libertà non deve essere soltanto l'unione tra Alleanza Nazionale e Forza Italia. Deve essere, invece, una realtà che aggrega, che parla alla società civile, che mette in movimento nuove forme di partecipazione, che coopta persone dai ceti produttivi. Insomma, qualcosa di molto più ampio della semplice fusione - più o meno a freddo - di due partiti. Insomma è necessario compiere questo processo, ma al tempo stesso capire quali sono i rischi che abbiamo di fronte. Il rischio principale - presente sia nel PdL che nel PPE - è quello di esprimere un generico moderatismo che sarebbe assolutamente inadeguato ai compiti storici e politici che il nuovo grande partito si deve assumere. D'altra parte, quando parliamo di "moderati", immaginiamo la politica limitata alla dialettica tra un polo progressista e un polo moderato. Una dialettica politica in cui agiscono due forze: una che, in quanto progressista, traccia l'evoluzione del Paese e un'altra che, essendo moderata o conservatrice, si limita a frenare quella evoluzione. I "moderati" non mettono in campo un strada alternativa per modernizzare il Paese, valori così forti da generare non una conservazione, ma un cambiamento, si limitano a limitare il cambiamento imposto dagli altri. Questa non è la strada che dobbiamo percorrere. Anche perché, se noi pensiamo allo scenario europeo, vi è una domanda che dobbiamo porci con estrema chiarezza: come mai il PPE, che è una grande forza all'interno del Parlamento Europeo, è sistematicamente subalterno sui grandi temi politici al Partito Socialista Europeo? Quando si arriva nel consesso di Bruxelles e Strasburgo si percepisce subito questa egemonia di sinistra, di cui i nostri ministri e i nostri commissari hanno spesso fatto le spese. Ritroviamo tutto questo nelle direttive comunitarie che, troppo spesso, sono uniformate ai principi progressisti, che tentano di azzerare tutte le identità e tutte le appartenenze, persino quella di genere, in nome di una falsa lotta contro ogni forma di discriminazione. In Italia come in Europa dobbiamo lavorare per evitare che la nostra identità si disperda in un indifferenziato contenitore politico, che, in nome di un generico moderatismo o di una visione puramente pragmatica della politica, rimanga vuoto di identità e di valori. Dobbiamo impegnarci affinché, nel rispetto delle molteplicità e della diversità tra le culture di provenienza, emerga chiaro un progetto di sviluppo culturale, politico e sociale che dia l'anima all'Italia di oggi e all'Europa di domani. La questione europea è già oggi il grande problema da risolvere per affrontare le sfide della globalizzazione, il fronte sul quale la Francia di Sarkozy si prepara ad intervenire con forza, durante il semestre di presidenza a Bruxelles. C'è l'urgenza di imprimere una svolta, di costruire un progetto storico, non soltanto per la nostra Nazione, ma per tutto il Continente europeo. Un progetto in cui convivano modernizzazione e identità, come tante volte ci siamo detti. Questo impegno politico si deve basare su un profondo lavoro culturale: i mesi che abbiamo davanti serviranno per rivedere, in termini non ambigui, le nostre priorità, le nostre appartenenze profonde, i nostri riferimenti programmatici, per cogliere questo importante appuntamento avendo chiari i punti per noi irrinunciabili e le nuove sintesi che dobbiamo costruire. Tutto questo non per operare una "lottizzazione" culturale e programmatica tra le diverse componenti nel nuovo partito. Al contrario è necessario entrare in tutte le tematiche e rileggerle con attenzione; con una attenzione che deve essere, in qualche modo, la "nostra" attenzione. La destra deve essere presente in tutte le tematiche del centro-destra per influenzarle con il proprio punto di vista, non dobbiamo stare in un angolo, ma dobbiamo lavorare in ogni direzione perché solo dal seme della nostra identità potrà nascere un PdL in grado di cambiare profondamente l'Italia. Prendiamo il tema cruciale del Federalismo. Sulla questione federalista in questi mesi abbiamo cercato di studiare, di approfondire, anche nel senso di rivedere posizioni che in passato avevamo sostenuto. E’ pertanto necessario da parte nostra leggere questo tema attraverso un'ottica completamente diversa. In genere, noi identifichiamo il concetto di Federalismo con un principio di divisione. Invece dobbiamo uscire dal luogo comune secondo cui da una parte c'è il Federalismo e dalla parte opposta l'unità nazionale. Il Federalismo nasce per unire, la stessa parola deriva dal latino foedus, ovvero l'unione dei diversi in un'unica realtà. Per questo, il nostro compito è quello di riuscire ad applicare il Federalismo proprio per evitare il rischio di una deriva separatista. La sfida è proprio quella di riuscire a riunificare, a riconciliare in un disegno condiviso ciò che oggi è diviso, affrontando così uno dei grandi problemi storici della nostra Nazione. Il paradosso - peraltro tante volte sottolineato da diverse posizioni culturali della destra - è che la grandezza del genio italiano, della cultura italiana è più emersa nei momenti di divisione, che nei momenti di unità statuale. La grandezza dell'Italia rinascimentale, la sua egemonia culturale a livello europeo, emerge nel momento in cui il nostro Paese è diviso, frastagliato in tante corti, regni e principati. D'altra parte, in tutta la stagione risorgimentale non possiamo dimenticare non solo il contrasto tra il Nord e il Sud dell'Italia, ma lo scontro tra l'identità religiosa cattolica e le spinte liberali ed anticlericali. Quindi per noi oggi il federalismo deve essere un modo non per provocare una separazione, ma per far nascere una nuova unità; un'unità che non sia più calata dall'alto, con le Prefetture e gli apparati dello Stato centralista, copiati in modo più o meno fedele dallo Stato napoleonico. Dobbiamo creare un'unità che salga dal basso, capace di interpretare con fedeltà quelli che sono i diversi territori, le identità locali, le varie realtà sociali. Tutto questo con l'obiettivo pratico - perché c'è il rischio che rimanga pura e astratta teoria - di dare più spazio e opportunità ai territori competitivi, territori che sono presenti in tutte le regioni italiane e che, rappresentando un concentrato di sviluppo, cultura e crescita, possono trainare il resto della Nazione e ridistribuire ricchezza meglio di qualsiasi ordinamento livellato. Ecco perché dobbiamo insistere sulla dimensione comunale e non regionale del Federalismo italiano. Il ragionamento che andrebbe fatto, di fronte al tema del federalismo fiscale, o alla nuova legge sul Codice delle autonomie, è proprio questo. Abbiamo sempre più bisogno, ormai è una necessità storica, di dare un messaggio universale alla nostra identità nazionale, al nostro essere italiani. Dobbiamo immaginare un'Italia in grado di confrontarsi con la globalizzazione, non soltanto in termini difensivi e regressivi, ma in termini propositivi e di sviluppo. Abbiamo bisogno di messaggi, di simboli di carattere generale e universale, di dare forza comunicativa e di sviluppo alla nostra identità. Dobbiamo combattere in ogni contesto, anche quello territoriale, il livellamento egualitario che rifiutiamo per le persone e per le famiglie. L'unità dell'Italia non sarà persa ma deve ritrovarsi nella tutela dell'interesse nazionale, nel principio di sussidiarietà che restituisce dignità al cittadino alle famiglie e ai corpi intermedi, nella sovranità degli organi centrali della Repubblica di intervenire tempestivamente ogni qual volta le autonomie locali degenerano. Stesso discorso vale per i problemi legati al liberalismo e al liberismo vero e proprio. Noi del liberismo abbiamo sempre rifiutato la logica contrattualistica, individualistica ed utilitarista. Per contro, ora, dobbiamo cavalcare fino in fondo quello che il liberismo può dare in termini di vera meritocrazia: tutto ciò che genera agonismo, competizione e voglia di emergere. In un'Italia troppo spesso divisa e conflittuale dobbiamo passare dall'antagonismo all'agonismo, fare della concorrenza la capacità di competere con regole virtuose e verso obiettivi condivisi. Un altro tema centrale è quello dell'economia sociale di mercato. Al contrario dobbiamo rivendicare il ruolo della destra nell'affermare la dimensione sociale. Quante volte abbiamo discusso su questi temi nelle Assemblee prima dell'Msi e poi di Alleanza Nazionale, sottolineando come oggi la possibilità di creare una solidarietà sociale sia radicata nei valori: si crea socialità se si parte da appartenenze comunitarie, se si ha un senso religioso della vita, che impedisce di pensare al proprio interesse, al proprio successo vero e profondo, prescindendo dalle condizioni del prossimo che abbiamo di fronte. Ecco perché oggi possiamo definitivamente strappare di mano alla sinistra il valore della "socialità". L’obiettivo deve essere quello di dare al modello di economia sociale di mercato un fondamento forte, perché dobbiamo essere in grado di sottrarre le rappresentanze sociali dal radicamento ideologico della sinistra. Questa è una battaglia strategica. In questo ambito si va a toccare un tema delicato, che ha visto anche qualche contrasto all'interno del PdL. Ci si riferisce alla questione dei "fannulloni" nella Pubblica amministrazione sollevata dal ministro Brunetta. Se vogliamo far vincere una linea di cambiamento dobbiamo evitare di scontrarci frontalmente con una intera categoria. Questa è una trappola in cui siamo già caduti durante il precedente governo Berlusconi con la questione dell'abolizione dell'articolo 18, che portò ad un conflitto disastroso e perdente con tutto il mondo sindacale e tutta la categoria dei lavoratori dipendenti. Quando diamo l'impressione di attaccare un'intera categoria, lasciando intendere (in verità non erano questi gli intenti di Brunetta) che tutti i lavoratori del pubblico impiego sono "fannulloni" da colpire, commettiamo lo stesso errore che fece la sinistra al governo demonizzando tutti i commercianti, tutti i professionisti, tutte le partite Iva. Parliamo della logica delle "lenzuolate" dell'allora ministro Bersani nella quale, in sostanza, veniva attaccato il "nemico di classe" rappresentato dal ceto medio del lavoro autonomo. Bisogna evitare queste forme di "lotta di classe" che creano fratture "orizzontali" di una classe contro l'altra, di un ceto contro l'altro, tra le diverse categorie di lavoratori: lavoratori dipendenti contro partite Iva, pubblico impiego contro lavoro privato, ecc. Per modernizzare l'Italia dobbiamo invece produrre delle "fratture verticali" all'interno di ogni categoria, dividendo e contrapponendo le persone valide da quelle che hanno comportamenti inaccettabili. Questa è la base per una vera meritocrazia e per rompere tutte le sacche di parassitismo e clientelismo che esistono nel nostro Paese. I veri nemici dei "fannulloni" sono quei lavoratori del pubblico impiego che si impegnano e producono spesso con stipendi inadeguati e mezzi tecnici insufficienti. Non dobbiamo dire "morte ai fannulloni" quando parliamo del pubblico impiego, ma dobbiamo dire "viva i meritevoli": questo è un messaggio positivo, questa è la chiave per vincere in ogni realtà. Solo così si potrà fare una vera politica interclassista, capace di sfuggire radicalmente alla logica della lotta di classe, allo scontro tra i ceti e le categorie, favorendo una logica meritocratica per cui in ogni ceto, in ogni categoria siano premiati i migliori, i più meritevoli, mentre vengono puniti tutti coloro che tirano a campare, non meritano, coltivano interessi personali illegittimi. Bisogna evitare, in quest'ottica, di ricompattare il fronte sindacale in uno scontro frontale con il Governo. Sarebbe un errore fatale: può anche darsi che la maggioranza degli italiani sia favorevole a uno scontro di questo tipo, ma non si può governare lacerando il Paese. Siamo sicuri che il Governo si muoverà su questa strada. È necessario, anche per la modernizzazione del movimento sindacale, che emerga una spinta verso la partecipazione, verso il merito, verso la produttività, contro ogni forma di livellamento e di schematismo ideologico. Insomma, deve imporsi una nuova visione del sociale non condizionata dalla cultura di sinistra. Una politica sociale moderna, che non vuole essere generica filantropia, ma ambisce ad essere un elemento di reale crescita civile, non può non passare dalla valorizzazione delle rappresentanze sociali. Per questo è prioritario rompere la storica subalternità di queste rappresentanze (dal sindacato alla cooperazione, passando per l'associazionismo sociale) nei confronti dell'ideologia di sinistra. Tutti questi esempi per dimostrare come sia necessario un grande sforzo culturale e politico per individuare i temi e le "parole d'ordine" del nuovo Partito. Dobbiamo dialogare con tutte le forze vive che possono confluire nel PdL, affinché i temi e i valori della destra emergano con forza e si impongano nell'agenda politica. Abbiamo bisogno di una Carta dei valori e di un progetto programmatico che siano chiari e rigorosi, perché è importante costruire il nuovo partito su fondamenti realmente condivisi. Dobbiamo portare questi principi in Europa, all'interno del Ppe, dove il nostro ingresso non deve essere segnato dalla rassegnazione di confonderci in un vecchio contenitore post-democristiano. La nostra dovrà essere un'entrata a testa alta, nello spirito di chi sta introducendo all'interno del Ppe valori determinanti per l'identità europea, senza i quali il nostro Continente non avrà mai un progetto storico. Questa è la nostra missione, la nostra sfida, il nostro orgoglio. Un ultimo argomento per concludere. Stiamo parlando non solo dei contenuti, ma anche delle regole del nuovo Partito. Il Popolo della Libertà deve essere un partito fortemente partecipato. Una realtà mobile, dinamica, che stimoli la crescita, che raccolga le forze vive della nostra società civile, nella nostra comunità nazionale. Soprattutto l'atto di nascita del PdL deve essere profondamente sentito e vissuto. Per cogliere questi obiettivi, dobbiamo essere noi a dare l'impulso giusto: tutto il nostro retroterra di militanza, di partecipazione, di sacrificio, che ha contrassegnato il nostro modo di fare politica, lo dobbiamo travasare all'interno del PdL, per dar vita ad un partito dinamico, movimentista, protagonista, senza complessi di inferiorità nei confronti della sinistra, con una grande capacità di elaborazione culturale, con la profonda consapevolezza del progetto storico che abbiamo di fronte. Questa è la nostra sfida. Abbiamo bisogno di un grande partito per dare le ali alla modernizzazione dell'Italia. E proprio per questo dobbiamo dare a questo grande partito radici forti e profonde nei valori, nei principi, nella militanza e nella partecipazione. Dobbiamo giocarcela in campo aperto. Se lo costruiamo bene, questo Popolo della Libertà sarà, ancor più di Alleanza Nazionale, un partito che potrà dare piena soddisfazione a chi affronta la politica con coscienza tranquilla, con determinazione, e soprattutto con la volontà di servire lealmente la nuova Italia. |